ASSEMBLEA DI ZONA VOLTURNO
Teano, 20 marzo 2011 Parrocchia S. Agostino
Celebrazione Eucaristica
presieduta da
S. E. Rev. ma Mons. Arturo Aiello
in occasione dell’assemblea di zona dell’AGESCI
II Domenica di Quaresima/A
Saluto iniziale
“Canta e cammina”, di origine agostiniana - siamo in una chiesa che in qualche maniera ne porta l’impronta -, è un motto per la Chiesa, è un motto per la Quaresima, è un motto per voi dell’AGESCI: se si canta, il cammino diventa più leggero; se si cammina, il canto diventa forse più affannoso ma più bello perché è una conquista. Non cantiamo per essere ammirati, ma cantiamo per salire.
Per tutte le volte in cui siamo stati fermi, stanchi, stanziali, chiediamo umilmente perdono.
LETTURE: Gn 12, 1-4a - Tm 1, 8b-10- Mt 17, 1-9
Omelia
Faccio, innanzi tutto, gli onori di casa dandovi il benvenuto, non solo in questa parrocchia ma nella nostra Diocesi (dico questo per coloro che vengono da altrove); mentre dobbiamo essere accolti, dall’altra dobbiamo sentirci sempre a casa nostra quando siamo nell’abbraccio della Chiesa che è l’Eucarestia, dove, anche da lontano, anche in terra straniera, se dovesse capitarvi in futuro, ritroviamo la via di casa, sentiamo il profumo del pane, il sapore del vino, il sapore e l’odore di casa nostra. Quindi benvenuti, ma anche sentitevi accolti, perché dovunque siamo, in qualsiasi angolo della Terra, c’è una volta – e voi dovreste essere maestri in questo – la volta di una cattedrale che l’Architetto divino ha disegnato all’inizio della creazione (il cielo, il firmamento), c’è un terreno su cui poggiamo i piedi (la terra) e ci sono delle colonne che tengono il cielo come in una grande e meravigliosa cattedrale (i monti, gli alberi).
In questa seconda tappa della Quaresima, nella pedagogia antica, si intravede il tentativo di consolare, perché la Quaresima si comincia sempre in quarta – almeno lo spero – ma dopo un po’ di giorni, il freddo, il digiuno, il fioretto (spero ne abbiate programmati alcuni), cominciano a far sentire il proprio peso.
Cogliamo, in questa pausa, in questa sorta di oasi che è la seconda Domenica di Quaresima, una iniziativa consolatoria, una carezza da parte della Chiesa nei confronti di chi sia partito e che comincia a sentire il peso del cammino. Allora bisogna fare un canto, bisogna distribuire caramelle, bisogna fare qualche battuta… Questo per le vostre uscite, ma anche per il cammino quaresimale, che è un cammino. È innanzi tutto su questo tema che vorrei attirare la vostra attenzione, perché il sipario della Parola si apre, in questa seconda Domenica di Quaresima, su un imperativo duro, risolutivo di una storia che sembra precipitare, che è “vattene” che significa: parti, smuoviti, datti una mossa, scollati dalla tua sedia, dalla tua stanza, dalle tue abitudini; c’è qualcosa di più che ti attende, mettiti alla ricerca, mettiti in cammino.
Come sapete, questo passaggio, per la storia di Israele e dunque anche per noi, è un momento risolutivo, perché prima ci sono stati undici capitoli di fallimento (come sperimentate anche nei vostri gruppi), undici capitoli di tentativi andati a vuoto: anche Dio fallisce, anche a Dio non riescono le iniziative. Quegli undici capitoli trattano della storia della creazione e, ancora di più, della storia del peccato, che è pervasivo, che da singolare diventa plurale, fino a chiedere una purificazione generale attraverso il diluvio, fino - ed è una delle espressioni più dure che si trovino nella Sacra Scrittura - a far pentire Dio d’aver fatto l’uomo. È scritto in quegli undici capitoli: Dio si pentì, tanto quest’uomo è stato inconcludente e ostativo rispetto alle iniziative d’amore di Dio. Proprio adesso che tutto sembra crollare (quindi nessuno viene, le nostre iniziative sono disattese, il parroco non ci appoggia, i ragazzi non amano uscire, la PlayStation è più avvincente di un’esperienza in tenda…), proprio quando tutto sembra precipitare, Dio chiama Abramo. È come se – dicono gli esegeti – tutti questi undici capitoli, in una maniera intelligente, avessero l’obiettivo di esasperare il lettore: L’uomo non si può prendere da nessun punto! Siamo perdenti!
Ma Dio non si arrende. Allora chiama uno e lo chiama a un viaggio.
“Vattene” non è solo un far uscire, non è solo uno sradicare, ma è indicare un cammino a un uomo che diventerà padre di tutti i popoli: “Abramo, vattene”.
Anche i vostri itinerari educativi rispondono a questo imperativo – Vattene! –, anche la Quaresima risponde a questo imperativo: Vattene!, scrollati di dosso le tue abitudini negative, la tua mediocrità!, esci da queste pastoie che rischiano di imprigionarti, da questi affetti ossessivi e ossessionanti!, esci! È un invito alla libertà, è un invito ad uscire dal blocco di marmo. Le statue, le opere d’arte, vengono da un blocco di marmo da cui poi la statua si dimena (ovviamente ve lo sto raccontando in cartoni animati): si sgretola tutto quello che è intorno alla statua ed ecco il Mosè, ecco la Pietà, ecco tutte le opere che vengono fuori dalla immobilità e chiedono di parlare. Perché non parli? - chiedeva Michelangelo al Mosè, che stava seduto, imperioso nello sguardo e potente nella dimensione espressiva.
Anche voi avete fatto un viaggio per venire qui; alcuni di voi si sono persi, e Don Gianni cercava di scusarvi: “Si sono persi per le vie di Teano...”. Ma com’è possibile perdersi per le vie di Teano?
Bisogna partire. Bisogna partire sempre, perché la vita dell’uomo, da un punto di vista di antropologia culturale, è leggibile tra due poli: il nomadismo (l’uomo nomade) e l’aspetto della sedentarizzazione. Come sapete, sono due poli determinanti per la storia. I popoli che camminano, che vanno in cerca di una casa, di una patria: ancora oggi ci sono dei popoli in cammino, dei poveri che, come dice il profeta, calpestano la terra; sono i piedi dei poveri, dei popoli che chiedono ospitalità, popoli che si muovono perché spinti dalla carestia, spinti dalla guerra, e che si muovono da una parte all’altra.
L’uomo, inizialmente - ci dicono gli antropologi -, era un nomade, si spostava col suo gregge. I tratturi che troviamo in Abruzzo e che vanno dal verde dei pascoli dei monti all’Adriatico selvaggio - direbbe D’Annunzio -, sono i sentieri segnati da questo passaggio di pecore e di pastori, dalla transumanza: gente che va e si porta dietro la vita, l’essenziale, quello che conta, perché il problema dei viaggi è che la valigia non pesi troppo, altrimenti, come dicono le compagnie aeree, bisogna pagare un surplus. Bisogna andare, portando quello che serve e lasciando quello che non farebbe altro che appesantirci.
In questa chiamata, c’è sì la chiamata alla fede, ma la chiamata alla fede si innesta in una dimensione più profonda (l’autore è lo stesso: Dio creatore), che è la chiamata alla vita, la chiamata a uscire dal grembo materno. Se ci pensate, il parto rimane la grande matrice della vita; noi eravamo al sicuro, noi stavamo bene, noi eravamo protetti, ma la natura ci ha detto: “Vattene!”. E ci ha spinti fuori.
Spinga! – dice l’ostetrica alla signora che grida. Ma cosa deve spingere? Deve spingere fuori, deve espellere questo bambino e, dinanzi alle spinte della madre, il bambino come si sente? Morire!, perché quando si parte così, si muore, come anche nelle piccole partenze, nelle partenze mattutine che poi ci fanno tornare a casa, la sera. Ognuno di voi sentirà domattina, nel tornare al lavoro o all’università, questa difficoltà: Voglio stare qui al caldo…Lasciatemi qui come una cosa posata e dimenticata - dice Ungaretti in una famosa poesia (“Natale”). Invece siamo spinti fuori, siamo spinti nel mondo, siamo spinti verso il “di più”, ma questo ci scomoda. Questi due fuochi costituiscono il cammino dell’uomo: l’uomo va da una dimensione nomade a una dimensione sedentaria, ma la dimensione sedentaria nasconde tanti pericoli. In fondo, se questo è l’inizio – come lo è – della storia di Israele, quando Israele entrerà nella Terra Promessa cominceranno i guai; finché sarà in cammino, le difficoltà si supereranno, ma l’infedeltà, l’idolatria diventerà grande, somma, all’atto in cui si stabilisce, si radica nella Terra Promessa. Allora, bisogna rimandarlo lontano: esilio. Questa è la pedagogia di Dio che, come vi rendete conto, non è tanto lontana, anzi, è il fondamento della pedagogia Scout: quella dell’andare.
Andiamo! Partiamo!
Ma Piove!
Non fa niente!
Ma fa freddo!... Abbiamo i calzoncini corti!
Niente: si va!
Questa partenza - che è la partenza della Quaresima, che è la partenza della fede, che è la partenza della vita, che è la partenza di una vita cristiana più seria, più vera - trova tante difficoltà: ci sono più motivi per restare di quelli che incoraggiano l’andare; ci sono più motivi per consumare quel poco di bene che abbiamo tra noi - e che nessuno ci veda! - che aprirci agli altri. Mi riferisco a quelle dinamiche di coppia che probabilmente vivete: così dolci, ma anche così asfissianti (Mangiamoci questo panino noi due e non diamo retta a nessuno! Chiudiamoci dentro, chiudiamoci in un abbraccio…). È bello, ma può essere una tomba… Devi andare.
Io spero, stamattina, di mettervi dentro una grande voglia di andare. Sant’Agostino - lo abbiamo ricordato all’inizio della celebrazione, perché siamo in casa sua - dice che la verità bisogna cercarla e, dopo averla trovata, bisogna cercarla ancora, perché tu non ti devi sedentarizzare neanche nella verità, perché anche la verità suppone un’altra verità più profonda. Non esiste mai un luogo d’approdo che sia definitivo qui; domani lo avremo, ma qui nessuno di noi, neanche il Vescovo che vi sta parlando, neanche i sacerdoti che vi guidano, neanche i capi dei capi dei capi possono dire: “Io ormai ho fatto il mio, sono arrivato”. All’atto in cui tu dici: “Sono arrivato!”, hai perso tutto.
Abramo non è un lupetto, ha 80’anni: mettetela in moto una persona di 80’ anni! Vostro nonno si metterebbe in cammino, con il cappello piumato dei bersaglieri? Ha l’artrosi…
In questa partenza di un anziano tanto più giovane di noi, tanto più elastico, tanto più aperto, c’è una benedizione per i figli (Benedirò coloro che ti benediranno e coloro che ti malediranno maledirò). Il passaggio di questo gruppo - perché Abramo parte e va nella notte, va verso l’ignoto - è un cammino di benedizione, cioè qui sta nascendo un popolo, sta nascendo la Chiesa, sta nascendo l’uomo: è una nuova creazione, perché la nuova creazione avviene all’atto in cui uno parte.
C’è un viaggio anche nel Vangelo, che è una tappa stabile del cammino quaresimale. In tutti e tre gli itinerari (come sapete, ci sono tre cammini diversi e adesso siamo nell’anno A), nella seconda Domenica c’è sempre la Trasfigurazione, per quel motivo di incoraggiamento secondo cui bisogna dare una caramella, una carezza, ai lupetti che dicono: “Sono stanco… Voglio la mamma…”. Questa carezza è la Trasfigurazione. Ma anche la Trasfigurazione comincia con un viaggio.
In quel tempo, Gesù prese con sé Pietro, Giacomo e Giovanni e li condusse in disparte, su un alto monte. Avrebbero visto, se non fossero partiti? Avrebbero trovato, avrebbero gustato, se fossero rimasti a dormire con gli altri discepoli? No. Trova solo chi cerca, sperimenta solo chi sa scrollarsi di dosso i residui di marmo per diventare una persona viva, vera, bella.
Qui avviene quello che immagino voi sperimentate tante volte: l’aria tersa della montagna, l’aria ossigenata dei boschi, il canto di una sorgente, il sole che sorge e indora la valle, il sudore, ma poi, oltre la fatica, la gioia di vedere le cose da lontano, perché la partenza serve anche a vedere bene, a vederci bene. Si vede bene da lontano, non da vicino; quindi scoprirò la mia famiglia, scoprirò quello che in me è veramente valido all’atto in cui me ne allontano, me ne distacco, all’atto in cui creo uno spazio, una separazione. Questa fenomenologia - che è quella dell’uscita, quella dell’attendarsi, quella del salire in montagna, nel fascino dei boschi - appartiene anche alla pedagogia di Gesù nei confronti di Pietro, Giacomo e Giovanni, i quali avevano bisogno d’essere consolati, perché questo brano viene immediatamente dopo il primo annuncio della Passione: parliamo di sofferenza, parliamo di croce, parliamo di un maestro che non è vincente e non ci stiamo più… Allora facciamo una carezza a questi tre e portiamoli in uscita.
Farete tanta fatica ad alzarvi presto (ne avete fatta anche voi stamattina): da questo alzarsi presto, sperimentate la gioia di vivere, e la gioia di vivere è la gioia del mattino, non quando il sole è già sorto, ma alle prime luci dell’alba. La gioia di vivere è nell’aria tersa del mattino, che è carica di energia, carica di attese, carica di sogni.
Bisogna alzarsi presto, cari capi, e non solo quando stiamo a svolgere il nostro ufficio. A che ora ti alzi? A che ora ti saresti alzato stamattina, se non ci fosse stato l’impegno a Teano con questa Messa così presto? La sapienza – dice un testo dell’Antico Testamento – si dà a coloro che la cercano, a chi si mette per strada, a chi chiede. E per questo, c’è bisogno di tempo: bisogna tagliare tempo alla notte, tempo al sonno. Anche questo è un fioretto quaresimale: svegliarsi più presto.
Tutto questo crea una percezione di bellezza: È bello per noi stare qui. Magari voi fate fatica a pensarlo della nostra celebrazione, ma ricordatevi quel bivacco, ricordatevi gli occhi luccicanti di quell’adolescente, di quel ragazzo, di quel giovane, dopo aver cantato a lungo, dopo essere stati sotto un manto di stelle, dopo essersi riscaldati con un po’ di vin brulé… Quel senso di appartenenza, di fraternità, di sentirsi parte dell’universo, parte di un tutto, di sentirsi ben incastonati nel creato e poi nella storia, nella vita della Chiesa, qualche volta ci ha fatto dire: “È bello… Che bello…”. Forse tutti i vostri cammini educativi dovrebbero condurre una persona a dire: “È bello… Che bello…”, dopo aver penato, dopo aver sudato, dopo essersi svegliati all’alba, dopo aver camminato per ore, dopo essersi guadagnati una sorgente della quale solo chi ha camminato a lungo, nell’arsura, può sentire il canto. È bello, Signore, per noi essere qui.
Pietro è uno scout, Gesù un capo e questo cammino è la vita (esci, vattene); tutto convergente verso “mettiamo una tenda”.
Ci sono gli elementi di quello che voi fate, forse senza saperlo, e perdendo di vista che c’è un progetto: facciamo una tenda, montiamo una tenda. Voi che forse avete già comprato casa o che sognate una casa, una villa, non riuscirete mai ad eguagliare il fascino di una notte in tenda: scomoda, ma quella bellezza, quella percezione che oltre la fatica ci sia una luce, ci fa guardare la tenda come la possibilità di portarci dietro una casa leggera, come una lumaca, perché la casa ci appesantisce, la casa richiede l’ICI. La tenda no. La tenda è una casa leggera, una casa che chiudiamo in uno zaino; è essenziale: un tetto, delle corde, dei tiranti, dei picchetti.
Potrei dirvi che la vita è un cammino dalla casa alla tenda. La casa è il grembo di nostra madre, ma da quella casa siamo stati cacciati fuori (Vattene). Poi andiamo in cerca inutilmente di una casa: ne costruiamo una, due, progettiamo la casa dei nostri sogni, con il camino, con il giardino, ma devi piantare una tenda. La tenda è una casa leggera, è una casa che puoi montare di sera e smontare di mattina; quella casa puoi portarla con te, perché quella casa sei tu.
Cosa siamo noi? Una tenda. Che resterà di noi quando saremo partiti definitivamente? Una tenda, che qualcuno pietosamente piegherà in quattro e metterà in una bara, perché non serve più: È partito definitivamente!, è partito per la grande uscita!, è salito!
Quando finisce questa atmosfera (si spengono anche le ultime fiamme del bivacco, e torna il freddo nella schiena), Gesù li toccò e disse: “Alzatevi e non temete”. Alzando gli occhi non videro nessuno, se non Gesù solo. Questa espressione, che sembra “è finita la scena, si è chiuso il sipario”, in realtà è un’altra partenza. Bisogna partire da qui: ora che hai sperimentato, ora che abbiamo cantato il canto dell’addio con il motivo del “Valzer delle candele” (non so se lo usate ancora), allora Gesù ci tocca e ci dice: “Alzati, non temere”.
Pietro, Giacomo e Giovanni si stropicciano gli occhi e cosa vedono? Il bosco? No. La fonte? No. Il bivacco? È spento. Non vedono più niente: vedono solo Gesù. Così leggo, trasponendo i termini: Alzando gli occhi, non videro più nessuno, se non solo Gesù.
Ma voi vedete ancora troppe cose, e anch’io, anche loro. Dobbiamo ancora camminare per vedere solo Gesù, perché solo Gesù ti salva, perché solo Gesù ti accompagnerà in questo cammino della vita veramente, solo Gesù è la via, verità e vita. Solo Gesù.
Dopo questo bivacco, dopo questo itinerario, i discepoli si sono essenzializzati. Allora viene un comando molto strano, con cui vi lascio. Dice Gesù: “Non parlate”. Voi vi aspettereste: “Andatelo a dire a tutti! Tornate a casa e siate testimoni!”. Invece no: Sss… Non parlate, non lo dite…
Forse questo è il tempo, cari amici, in cui non bisogna testimoniare più. Staranno sorridendo i due preti, dicendo: “Eccellenza, vi siete dimenticato che questo è il segreto messianico?” (qui ci sono anche degli studenti di Teologia, che queste cose le sanno).
Questo è un tempo in cui bisogna tacere. Non bisogna testimoniare, non bisogna gettare le perle ai porci. È un segreto: tienilo custodito, non lo dire a nessuno, perché se lo dici lo perdi. Come vedete, paradossalmente, è il contrario di quello che sentiamo dire sempre: Andate! Testimoniate! Usciamo! Facciamo una rivoluzione!
Sss… Non lo dire a nessuno…
Educhiamo anche i nostri ragazzi, i nostri adolescenti, educhiamoci, anche noi capi, all’arte del silenzio, perché ci sono delle cose che germogliano nel silenzio. Come la primavera.
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Il testo, tratto direttamente dalla registrazione, non è stato rivisto dall’autore.